Sul Corriere della Sera di sabato 16 giugno compare, con molta prominenza, una serie di risultati di un sondaggio, condotto, pare, da IPSOS (ma ancora non registrato, a domenica 17 giugno, su www.sondaggipoliticoelettorali.it) sulla politica del blocco dei porti decisa dal ministro Salvini e sulla posizione che il governo italiano ha assunto sulla questione dei rifugiati.
Ci sono due item a cui il Corriere da ampio risalto; qui mi concentro sulla domanda che menziona direttamente il ministro Salvini. Considerazioni analoghe valgono, sia detto, anche per la domanda che recita: “quale di queste due opinioni condivide maggiormente?” riportata nell'infografica disponibile qui.
Il testo della domanda su cui mi concentrerò recita:
Salvini ha sostenuto che l’Italia deve alzare la testa sul tema dell’immigrazione perché il Paese non può affrontare da solo questa emergenza rischiando di diventare un immenso campo profughi. A suo parere…
Le possibili risposte sono:
1) ha fatto bene ad alzare la voce, perché così l’Europa dovrà per forza ascoltare le ragioni dell’Italia
2) ha fatto male, otterrà l’effetto di isolare ancora di più l’Italia
Esiste anche un'opzione “non so”.
Ora, anche a un occhio non esperto dovrebbe essere apparente che il testo della domanda, e le opzioni di risposta, non sono neutrali. Visto che il tema del question wording è un campo abbondantemente arato in scienza politica, può essere utile fissare un po’ l’intuizione su quali patologie affliggono questo item. La conclusione a cui si dovrebbe giungere, se sarò stato sufficientemente chiaro, è che i risultati riportati dal Corriere non contengono, in sostanza, nessuna informazione utilizzabile riguardo alla opinione del pubblico italiano riguardo alla politica di respingimento di navi che trasportano rifugiati o alla posizione del ministro Salvini.
Come premessa, esiste una letteratura molto vasta su come la scelta del testo delle domande in un sondaggio influenzi le percentuali di risposta in una o nell’altra direzione. Questa letteratura, con ormai ottant’anni di storia, si concentra, va detto, su differenze minimali nei testi, perché prende per scontato che un modicum di rigore nella costruzione del questionario sia già presente.
Tanto per citare qualche lavoro relativamente recente, Schuldt e coautori, in un articolo apparso sul Public Opinion Quarterly nel 2011, mostrano che chiedere agli intervistati se pensano che stia avvenendo il “global warming” (riscaldamento globale) porta a risposte diverse, fino a quindici punti percentuali, rispetto a quando si chiede invece del “climate change” (cambiamento climatico). Huber e Paris, in un articolo apparso, sempre sul Public Opinion Quarterly, nel 2013, cercano di capire perché, negli Stati Uniti, menzioni della “assistenza ai poveri” e del “welfare” portino a percentuali di appoggio sostanzialmente diverse. Differenze molto rilevanti, in termini di stato dell’opinione pubblica, possono essere guidate da variazione minime e nei confini della plausibile neutralità della domanda.
L’item del sondaggio riportato dal Corriere è sorprendente perché sembra quasi un esempio di scuola di come non formulare una domanda, e presenta, in particolare, due errori che qualunque laureato in una scienza sociale quantitativa dovrebbe aver imparato ad evitare. Si vedano, a titolo d’esempio, queste linee guida minimali della American Association for Public Opinion Research o queste linee guida dell’Institute for Quantitative Social Science a Harvard.
Il primo errore è che abbiamo di fronte un “fucile a doppia canna” (double-barrelled, come dicono gli americani). Una raccomandazione da libro di testo è che un item in un questionario non cerchi di scoprire due cose in una volta sola.
Dato il modo in cui le possibili risposte sono formulate, invece, sembra che si stia chiedendo all’intervistato al tempo stesso se è favorevole o contrario alle politiche scelte da Salvini, e che cosa pensa delle conseguenze di queste scelte in termini di relazioni internazionali. Le posizioni sulle due questioni possono assumere diverse configurazioni. Ma solo due di queste sono proposte all’intervistato come possibili risposte. Un individuo può essere favorevole o contrario al respingimento; e può pensare che questo isoli l’Italia o invece aiuti a mostrare agli altri paesi la propria risolutezza e indurli a “ascoltare le ragioni” del governo italiano. Ci sono, in linea di principio, come minimo quattro modi, tutti plausibili, di avere un opinione sui due temi. Ci sono quindi quattro (o più, vedi nota 1) “tipi” di italiani:
tipo a: favorevole al respingimento; pensa che induca l’Europa a ascoltarci;
tipo b: contrario al respingimento; pensa che induca l’Europa a ascoltarci;
tipo c: favorevole al respingimento; pensa che isoli l’Italia;
tipo d: contrario al respingimento; pensa che isoli l’Italia.
Tutti questi “tipi” di italiano sono plausibili: per esempio, un esemplare del tipo b potrebbe pensare che il costo, in termini umanitari, sia troppo alto per giustificare questa politica, anche se dovesse funzionare in termini di influenza con i paesi vicini. E un esemplare del tipo c potrebbe ritenere che respingere i rifugiati sia un priorità in sé e che il rischio di isolamento sia un prezzo che si deve essere disposti a pagare.
Invece, l’item del questionario costringe tutti a scegliere tra manifestare di essere un tipo a, o un tipo d. Come conseguenza, non sappiamo nulla di nuovo, in pratica, su quanto gli italiani approvino la politica di respingimento e su quali conseguenze le attribuiscano in termini di isolamento internazionale. Se esistono più tipi che categorie di risposta, gli intervistati finiscono a scegliere una delle due (false) alternative che vengono proposte. Sulla base di criteri che sono, a questo punto, inconoscibili all’analista, alcuni intervistati di tipo b scelgono di rispondere come fossero di tipo a; altri, come tipo d. Allo stesso modo, alcuni di tipo c potrebbero scegliere di rispondere come fossero di tipo d, altri come a.
Vale la pena notare che, non sapendo quale peso l’intervistato assegni alla parte di risposta sull’appoggio alle scelte politiche del ministro Salvini, e quale alla parte di risposta sulle conseguenze, non possiamo nemmeno formulare congetture riguardo alla potenziale direzione della distorsione. Se ci limitiamo quindi al problema del “fucile a doppia canna”, forse la domanda mostra un’Italia più isolazionista di quanto sia; ma forse la mostra meno isolazionista di quanto sia. Quel che importa è che questi dati aggiungono quasi niente alla nostra conoscenza dell’opinione pubblica sul tema.
Il secondo errore, e quello che si fatica di più ad attribuire a superficialità in buona fede, è il riferimento, immaginifico e spaventoso, alle possibili conseguenze di una opposizione alla politica di respingimento in termini di numero di rifugiati. L’affermazione citata (che fa sembrare che in assenza di respingimenti l’Italia diverrebbe un “immenso campo profughi”) è presentata come fosse una verità di fatto assodata. Se l’intervistato prendesse per buona questa asserzione, potrebbe leggere la domanda come se si riferisse a un’alternativa chiara: “immenso campo rifugiati, lo vuoi o non lo vuoi?” Quanti degli intervistati hanno letto in questa maniera la domanda? Non possiamo saperlo. La mia congettura è che se si fosse chiesto agli intervistati direttamente se preferiscono o meno l’Italia come immenso campo profughi, la percentuale contraria alla prospettiva apocalittica sarebbe stata prossima al 100%. Quindi quasi tutti quelli che hanno —in buona fede— interpretato la domanda focalizzandosi sulla parte immaginifica hanno poi risposto come se fossero di tipo a. Il potenziale per una distorsione in senso isolazionista (spingendo l’intervistato in direzione di una risposta a favore della politica di respingimenti) è enorme.
Risulta difficile credere che sondaggisti navigati come quelli contrattati dal Corriere non fossero consci dei gravi problemi con la formulazione di questo item. Una misura attendibile dello stato dell’opinione pubblica sul tema dei rifugiati e sull’azione del governo in questo campo è necessaria. Esattamente per questa ragione, sondaggi, fatti a regola d’arte sul tema, sono necessari.
Se, come mi si potrebbe rispondere, la domanda cercava di misurare l’opinione sulle possibili conseguenze internazionali delle decisioni del ministro degli Interni, non sarebbe stato più lineare, e più rigoroso, chiedere semplicemente all’intervistato: “pensa che questa politica porterà a più isolamento o più influenza per l’Italia nel contesto internazionale?” C’era davvero bisogno di confondere l’intervistato con una domanda che chiede anche di approvare o disapprovare la posizione del ministro Salvini?
E in ogni caso, l’uso di un’immagine con risvolti spaventosi ed emotivi, come quella di un “immenso campo profughi”, sembra trascurare in modo sconsiderato l’importanza di formulare item neutrali ed evitare fraintendimenti e distrazioni per l’intervistato.
Sono tentato di aggiungere che ci si trova davanti a una abdicazione dei doveri minimi di integrità dell’informazione scritta. Tale dovere di integrità è particolarmente pressante nel caso di un quotidiano che, per ragioni storiche, occupa la posizione centrale nell’informazione scritta nel paese, e influenza non solo gli elettori, ma anche la discussione tra le elite, inclusi i rappresentanti in Parlamento e i dirigenti di partito, che potrebbero decidere le strategie di comunicazione con gli elettori, e finanche il proprio appoggio o la propria opposizione a una politica di respingimento, sulla base di dati non informativi riguardo allo stato dell’opinione pubblica. Visto il momento di confusione che il paese sembra star vivendo, e le percezioni errate nell’opinione pubblica sul tema dei rifugiati che il medesimo sondaggio riscontra, sarebbe auspicabile evitare di infangare le acque ulteriormente.
1. Volendo essere ancora più pedanti, ci sono ulteriori configurazioni; in particolare, uno potrebbe avere un’opinione favorevole o contraria alla politica di respingimento, ma non avere un’opinione sulle possibili conseguenze. O uno potrebbe essere indeciso riguardo all’appoggiare o meno la politica di respingimento ma avere un’opinione sulle conseguenze in termini di relazioni internazionali. In tal caso, ci sarebbero ulteriori tipi, che magari non se la sentono di dichiarare di non sapere (in fondo, una delle due la sanno, e quindi scelgono come risposta “la meno peggio” o “la più vicina” al proprio sentire).